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Privalia al cinema: Sunset Boulevard

scritto da Privalia (9 marzo 2012)

Il rischio di essere ripetitiva e’ forte, infatti vi ho già’ parlato del poliedrico Billy Wilder, ma la tentazione di far scoprire il suo “Viale del tramonto” a chi non avesse ancora avuto la fortuna di conoscerlo, e’ davvero troppo forte. Questo film e’ dramma, commedia e noir, un mix che invece di sminuirne la qualità lo rende un capolavoro del suo genere, o del suo non-genere proprio perché difficilmente incasellabile in un unico stile.

La scena si apre con un omicidio. La vittima e’ lo sceneggiatore disoccupato Joe Gillis, alias William Golden, il cui corpo galleggia nella piscina di una villa decadente in Sunset Boulevard. La sua voce fuori campo ci racconta la sua vicenda dall’incontro con l’ ex diva del cinema muto Norma Desmond (Gloria Swanson) fino alla prematura dipartita che ne fa ormai mangime per pesci. Grazie alla necessaria ironia richiesta per interpretare un ruolo così autoreferenziale, la Swanson da’ prova di eccezionale bravura mostrandoci un’attrice cinquantenne diventata lo spettro di se stessa, che il  tentativo di apparire giovane, fa sembrare ultracentenaria. In uno scenario di follia e isolamento, la vediamo mentre ufficia un funerale in pompa magna per la sua scimmietta o intenta a scrivere sceneggiature che la vedono protagonista nel ruolo di una giovanissima quanto improbabile Salome’, nella speranza di tornare sullo schermo. Al suo servizio c’e’ un sinistro maggiordomo, Erich Von Stroheim, un tempo suo regista favorito (anche nella realta’) oltre che suo primo marito.

Wilder, acido e nostalgico allo stesso tempo, fa incursione in un industria cinematografica quanto mai ombrosa e abitata da fantasmi, dosando ammirazione e sadismo, come quando sfrutta le star del cinema muto Buster Keaton, H.B. Warner e Anna Nilsson per la parte dei “manichini di cera” compagni di poker di Norma.

Da una parte c’e’ l’ossessione della protagonista, dall’altra un’industria cinematografica che sembra incoraggiare quest’eccentricità esasperata. E’ evidente il cinismo con cui mette in scena il cameo di Cecil B. De Mille: il regista sta girando un film, dimostrando di essersi saputo adeguare ai cambiamenti, ma si muove sul set indossando stivali da fantino secondo uno stile decisamente datato.Si può notare una punta di sadismo anche al di la’ finzione se si pensa al povero Von Stroheim costretto a guardare un estratto di Queen Kelly, il disastroso film del 1920 rimasto incompiuto in cui diresse proprio la Swanson.

Non e’ la classica storia d’amore, anche se non manca il finale tragico che chiude il cerchio portandoci al punto di partenza. Non e’ nemmeno un allegro musical in cui gli attori ballano e cantano sotto la pioggia per esorcizzare la crisi del passaggio dal muto al sonoro. E’ il film che per la grandezza degli interpreti e del regista, per il suo essere ibrido e per questo interessante, per la bellezza particolare della sceneggiatura, risulta essere l’eccezione alla battuta finale pronunciata dalla Desmond: “Io sono sempre grande. E’ il cinema che e’ diventato piccolo”.

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Privalia

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